
Francesco, il primo italiano
A 800 anni dalla morte di san Francesco d’Assisi, la sua figura non appartiene più soltanto ai libri di storia o ai cataloghi religiosi: il santo appare come un testimone che continua a interpellare la nostra epoca, a scuotere le coscienze, a provocare domande sull’identità, la giustizia, la fraternità. È in questo spazio – tra sacro e civile, memoria e presente – che si colloca “Francesco. Il primo italiano”, il nuovo saggio di Aldo Cazzullo (HarperCollins, 2025). In questa chiave, Francesco non è solo il patrono d’Italia, ma un “primo italiano” in grado di incarnare – e forse suggerire – le radici dell’identità italiana come comunità di destino.
Il sottotitolo e il titolo del libro sono già un’affermazione forte: Cazzullo chiama Francesco “il primo italiano”, e spiega che non si tratta di romanità geografica, bensì di una fondazione simbolica dell’“italianità” come esperienza culturale e spirituale. In alcune interviste recenti, lo scrittore ribadisce che l’intento non è un’esegesi strettamente accademica, bensì un moto dell’anima che vuole riattivare il legame tra la figura di Francesco e la nostra civiltà contemporanea. Cazzullo riconosce, infatti, che Francesco non parlava di “Italia” nel senso politico moderno; tuttavia, con il Cantico delle Creature egli ha inaugurato una poesia in volgare, con il presepe ha inventato una tradizione comunitaria che ancora oggi unisce le famiglie, con l’arte e il paesaggio ha anticipato sensibilità estetiche che sarebbero diventate distintive nella cultura italiana. Questo approccio genera inevitabilmente interrogativi: può un uomo medievale essere “italiano” da noi rivendicato oggi? Non è un’operazione nostalgica o ideologica? Cazzullo stesso sembra averla esperita come scelta audace e consapevole.
Alla radice del libro c’è una convinzione: Francesco non è un santo “da museo”, ma un profeta per i nostri tempi. Nella conversazione con l’autore emergono alcuni snodi fondamentali: la scelta radicale della povertà, più che povero per generosità, come via di liberazione; la centralità dell’ultimo, inteso non come destinatario passivo ma come volto che interroga; la nonviolenza e la fraternità universale, che in un mondo lacerato da guerre e genocidi restano esempi ancora più urgenti. E ancora il dialogo con la donna e con il creato, come nel caso di Chiara e delle sue sorelle o nel suo rivolgersi a piante e animali, segni che i contemporanei consideravano follia ma che oggi risuonano di una straordinaria attualità. Non mancava l’audacia morale: Francesco non si accontentava di discorsi rassicuranti, ma obbligava i suoi frati a gesti concreti e provocatori, come inginocchiarsi davanti a un povero e baciargli i piedi.
Cazzullo sottolinea come questo profeta abbia anticipato un modello di cristianesimo radicato nel mondo, capace di vivere in tensione con le strutture di potere e insieme animato da un desiderio di rinnovamento. Non voleva distruggere la Chiesa, ma salvarla, pur rischiando di essere considerato un eretico. La sua testimonianza diventa così un appello che travalica i secoli.
Il libro ha destato attenzione e dibattito. Cazzullo è stato ospite di trasmissioni televisive, da La7 ad altri spazi culturali, dove ha spiegato il senso del suo lavoro come ricerca di radici spirituali italiane. Nei media il libro è stato accolto come contributo stimolante e divulgativo, capace di rendere accessibile a un pubblico ampio la portata storica e morale di Francesco. Qualcuno ne ha sottolineato il rischio di un’interpretazione poetica più che storica, ma molti riconoscono il valore civile del testo: non una biografia specialistica, bensì un pamphlet che vuole smuovere e invitare alla riflessione.
Un punto concreto di attualità si lega alla proposta di istituire il 4 ottobre come festa nazionale di san Francesco. Cazzullo si è detto favorevole: non tanto per il patronato ufficiale, ma perché vede in Francesco il padre spirituale della nostra comunità. Questa iniziativa, già approvata dalla Camera e in attesa al Senato, potrebbe rappresentare un riconoscimento civile del suo messaggio. Nelle guerre contemporanee, il richiamo si fa ancora più pressante: i francescani oggi restano nei luoghi di conflitto, come a Gaza, incarnando la scelta di “restare vicino al dolore” che caratterizzò il santo di Assisi.
“Francesco. Il primo italiano” è dunque un libro che non si limita a raccontare, ma invita a interrogarsi. È un invito a riscoprire una presenza vivente che mette in discussione il nostro modo di intendere il tempo, il denaro, la comunità, l’altro. In un mondo che distrugge il creato, fa la guerra e calpesta la dignità, la sua figura rimane come un contraltare che indica la possibilità di un nuovo inizio. Non a caso, Cazzullo lo definisce “l’ultimo vero rivoluzionario spirituale”.
La forza del libro sta proprio qui: non nella ricostruzione filologica, ma nella capacità di far emergere quanto Francesco continui a parlare a noi oggi. È un appello che riguarda non solo la fede, ma anche la civiltà: ripensare l’Italia non come contenitore geografico, ma come comunità di destino alimentata da memoria, bellezza e fraternità.
Cazzullo, Aldo. (2025). Francesco. Il primo italiano. Milano: HarperCollins Italia.
